UNA COMUNITÀ CHE ACCOGLIE IL  « MISTERO »

Talvolta, in questi mesi ci siamo chiesti come mai la nostra Comunità di ragazzi in discernimento, per la verifica della propria vocazione sacerdotale, prima di entrare nel Seminario Maggiore della Congregazione dei Missionari del Preziosissimo Sangue, venga chiamata “Comunità di Accoglienza”. In realtà, a pensarci bene, la parola “Accoglienza” riesce ad evidenziare giustamente un po’ tutti gli aspetti che caratterizzano il nostro vivere insieme.

“Accogliere” deriva dal latino colligere e il suo significato originale è semplicemente quello di raccogliere, specialmente in campo agricolo, e così è utilizzato anche nel Vangelo (raccogliere l’uva, la zizzania, i frutti, ecc.) e con questa accezione rende bene, anzitutto, il fatto che ad Albano, dallo scorso 25 ottobre, sono stati raccolti 10 nuovi piccoli frutti che vanno ad arricchire la Comunità dei Missionari del Preziosissimo Sangue. Siamo 10 ragazzi diversi e con storie, caratteri e doni del tutto particolari, unici ed irripetibili. Ed è proprio questa la prima bella novità: la Chiesa r-accoglie nel suo seno 10 nuovi frutti della sua semina fatta attraverso la preghiera, l’apostolato e l’esempio di alcuni testimoni del Vangelo.

Questo senso di “raccogliere” del verbo latino si è sempre più esteso fino a portare con sé anche l’accezione più specifica di “raccogliere presso di sé” e, quindi, di “ricevere con affetto”. Ed è proprio con il massimo dell’affetto, come fossimo in una vera e propria famiglia, che ad Albano siamo stati ricevuti e accolti nella Comunità dei Missionari e dai nostri formatori ed anche da tutte le persone che lavorano e donano il loro servizio nella nostra casa.

Nel greco del Vangelo per dire “accogliere” ci sono due verbi, “δέχομαι” (dechomai) e “λαμβάνω” (lambano): il primo si usava per dire “ricevere un ospite”, l’altro invece significava “ricevere, afferrare, fare proprio”. L’affezione e l’ospitalità da una parte e il possesso e la dimora dall’altra rappresentano le altre due componenti fondamentali della parola “accoglienza” e riescono ad esplicitare pienamente le caratteristiche della nostra vita in questo periodo eccezionale che stiamo passando insieme. Infatti, la nostra vita in comunione è anzitutto questo: l’accoglienza da parte di ciascuno del “Mistero”, della “Bellezza”, della “Ricchezza” che rappresenta l’altro, nel quale si specchia la stessa Realtà del Cristo, di Dio incarnato, ed è fatta così di tante esperienze comuni come pregare in vari momenti della giornata, mangiare insieme, vedere un film o altro, discutere, anche di argomenti di attualità, giocare, confrontarsi, appassionarsi a varie cose, studiarle, leggerle, visitarle e gustarle in compagnia. Tuttavia questa stessa “accoglienza” tra di noi non finisce qui, non si chiude in sé, ma realizza pienamente se stessa nel riuscire meglio ad accogliere, come in famiglia, altre persone ancora, che noi incontriamo nelle varie animazioni missionarie cui partecipiamo o che ci vengono loro stesse a visitare direttamente. Il verbo greco “δέχομαι” (dechomai) compare nel Vangelo quando Gesù dice che “chi accoglie” i fratelli, i piccoli, i bambini, “accoglie Lui stesso e il Padre che lo ha mandato”. Ed aggiungeva: “Da questo conosceranno tutti che siete miei discepoli, se avete amore gli uni per gli altri”. Questo è sempre stato il vero segreto del diffondersi del cristianesimo, dalle prime comunità ad oggi: l’Amore autentico e sincero che si vive al proprio interno e che affascina e sciocca coloro che vengono accolti e ospitati. Ed è di questa “accoglienza” che si sente la mancanza: oggi c’è bisogno non di “acerbi pecorai”, ma di pastori veri che vivano la “prossimità che sa conquistare la gente”, perché “la gente ama chi sa trattare con cortesia, chi sa avvicinarsi con garbo e chi sa ascoltare e valorizzare gli altri” (cfr. G.M. Bregantini in “Il prete e la sua formazione”).

La nostra prima verifica è dunque quest’anno proprio la capacità di saper “accogliere l’altro”, ancor di più quando mostra i suoi limiti e lati peggiori. E’ significativo che il verbo greco “δέχομαι” (dechomai) in un solo caso, infatti, viene rafforzato col verbo προς-δέχομαι (prosdechomai) (che vuol dire “accogliere incontro, verso” e che indica ancora di più la passione per l’altro) ed è proprio quando si parla del rapporto di Gesù con i peccatori (“Costui accoglie i peccatori e mangia con loro”).

Le nostre giornate–tipo si dividono principalmente tra le lezioni dei corsi (discernimento spirituale, psicologia, formazione alla vita consacrata, Spiritualità del Preziosissimo Sangue, Storia della Congregazione e dei suoi Statuti Normativi, lezioni di lingua inglese, di dizione corretta di italiano, e di latino e greco) e poi una intensa vita di preghiera e meditazione sia individuale (momenti di “deserto personale”) sia comunitaria (Santa Messa al mattino, Liturgia delle ore, coroncina del Preziosissimo Sangue, Rosario, Lectio Divina e Adorazione Eucaristica). E’ molto bello, poi, che la maggior parte degli impegni e dei lavori sono organizzati a turno da uno di noi con il proprio stile e la propria creatività; questo ci fa prendere ancora più coscienza della ricchezza e delle capacità reali di ciascuno.

Sono tante dunque le parole, gli spunti, le provocazioni che ci stimolano a confrontarci nel rapporto con Dio e a vagliare e ad “accogliere” la Verità del nostro essere chi-amati.  Nei Vangeli, infatti, compare un ultimo significato di “accogliere” attraverso il termine “λαμβάνω” (lambano), usato tutte le volte che Gesù invita ad “accogliere” le sue parole, i suoi insegnamenti, i suoi comandamenti, proprio perché qui si vuole accentuare il ricevere un Qualcosa/Qualcuno per farlo proprio, per impossessarsene. Questo è proprio l’anno che ci serve per prendere possesso, fare proprio, rendere stabile in noi ciò che ci ha attratti, perché siamo destinati al possesso del reale, ma possiamo perdere tutto se non stiamo attenti. Cosa ci ha attratti tutti quanti a “cambiare strada” se non l’attrattiva di un Qualcosa, di una Realtà che ci ha letteralmente scioccati? «L’affezione è l’adesione al vero, il cedere continuamente all’attrazione del vero, (…) del bello, del giusto» (cfr L. Giussani, Affezione e dimora) e questa affezione costruisce, inevitabilmente tende a costruire una dimora che possa favorirla, renderla stabile e difenderla dalla nostra istintività, dalla nostra durezza, dalla nostra piccolezza. Il Signore viene a fissare una dimora nel nostro cuore e il nostro io ha bisogno di definirsi nella Chiesa per rendere stabile il nostro stare con Lui e per rimanere nel suo Amore, senza il rischio di essere sballottati da ogni pur piccolo vento di tempesta. Non è un caso, allora, che, come per l’altro verbo greco, anche per questo, in un solo caso c’è, nel Vangelo, l’uso dei composti (κατα-λαμβάνω e παρα-λαμβάνω) ed è quello del Prologo di Giovanni quando si dice che molti sono coloro che rischiano di non “accogliere” la Luce che splende tra le tenebre e il Verbo che si è fatto carne e ha preso dimora presso di noi.

“Ma a tutti quelli che l’hanno ricevuto Egli ha dato il diritto di diventar figli di Dio” (Gv 1, 12). Gesù, insomma, ha reso possibile l’affezione vera e l’unità fra gli uomini ed è questo stesso Mistero che tutti noi vogliamo far nostro in quella che, allora, a ragione, possiamo e vogliamo chiamare, appunto, “Comunità di accoglienza…  …del Mistero!!!”.

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