“Scuoti la polvere ed alzati”

“Scuoti la polvere ed alzati”

Mi chiamo Daniel e per raccontare la mia storia bisogna tornare indietro di 34 anni, al 1982 ed andare a Viterbo, dove sono nato il 5 settembre dall’amore di Luciano e Clara Maria. Il mio babbo è toscano, la mamma invece è arrivata molto giovane dalla Colombia, e così io ed i miei fratelli Gabriel, Maria Stefania e Giulia siamo cresciuti con il cuore e la mente sempre aperti ad un mondo che in fondo non è poi così grande. Ho imparato a parlare spagnolo da bambino quando andavo a trascorrere l’estate con i nonni a Bogotà, e viaggiando avevo sempre il naso schiacciato sul vetro del finestrino, assetato di conoscere fino in fondo tutto quello che potevo osservare, anche se poi ero un cucciolotto timido che si rifugiava spesso dietro le gambe della mamma.
Sono sempre rimasto quel ragazzo desideroso di infinito, che in questa grande ricerca voleva scoprire anche il suo posto nel mondo. Finito il liceo col massimo dei voti credevo di voler diventare un ingegnere brillante, per cui ho trascorso quattro anni a Perugia, ma il vero desiderio era di tenermi sempre libero nel weekend per tornare alle attività della mia parrocchia a Viterbo dove mi piaceva fare un po’ di tutto, dall’animazione in oratorio a suonare la chitarra, e dove sentivo di aver trovato uno spazio per essere pienamente me stesso.
Nel giro di un’estate tutto è cambiato… mentre mi accorgevo che forse avrei voluto cambiare qualcosa nei miei studi ho visto fallire – dopo 25 anni – il matrimonio dei miei genitori ed ho perso i contatti con mia madre che è tornata a vivere in Colombia, dovendo rimettere così in discussione tutto quello in cui avevo creduto fino ad allora. Ho provato ad assumermi delle responsabilità ed a rifugiarmi nelle soddisfazioni del lavoro, credendo di poter ricostruire qualcosa con le mie forze, e ho aspettato per quasi dieci anni che il tempo curasse quella ferita. Ma la ferita più grande era quella provocata dal mio stesso orgoglio che non voleva chiedere aiuto, e che mi ha allontanato giorno dopo giorno da tutto e da tutti.
E’ stato un’invito inaspettato a “cambiarmi la vita”: a Viterbo, a pochi metri dalla mia parrocchia, c’è una grande scuola delle suore Adoratrici del Preziosissimo Sangue, e poco prima del natale 2012 una giovane suora appena arrivata, Francesca Palamà A.S.C., mi propose di andare insieme ad un grande convegno di pastorale giovanile che si svolgeva all’inizio di ogni anno a Frascati, organizzato dai Missionari del Preziosissimo Sangue, dove avrei potuto incontrare gente nuova e ricaricarmi un po’. Una bomba di ricarica! Ricordo ancora il commento biblico di don Fabio Rosini, la riflessione del prof. Andrea Di Maio, l’energia del musical che avevano scritto gli stessi seminaristi, la gioia di tutti quei ragazzi nella confessione e alla veglia eucaristica dell’ultima sera… Tra me e me ho pensato che era facile, in fondo, preparare un bello spettacolo anche se di tre o quattro giorni, ma che il difficile della vita era difendersi e resistere alle fatiche di tutti i giorni dell’anno.
L’anno successivo sono tornato a Frascati con tutti i miei problemi ed anche questa volta il Signore si è fatto avanti con un angelo missionario – chissà quante volte già mi era venuto incontro e non me ne sono accorto -, don Daniele Bertino C.PP.S., che quasi leggendo nei miei occhi il desiderio di saperne di più mi ha invitato prima ad un incontro personale ad Albano Laziale e poi a partecipare ad un’animazione in Romagna. Queste esperienze sono state solo l’occasione per accendere in me il desiderio di fare ordine nella mia vita e l’inizio di un lungo anno di discernimento. Dalla convinzione di volere una famiglia e realizzarmi in un lavoro appagante, ho aperto la mente ed il cuore anche alla possibilità che le vie del Signore non fossero le mie vie, che quella voce che mi chiamava da sempre aveva pensato per me una vita tutta consacrata all’annuncio gioioso del Vangelo.
Ho maturato questa certezza nell’estate, quando dopo gli esercizi spirituali ho deciso di partire da solo per un lungo pellegrinaggio che va dai Pirenei francesi fino a Santiago de Compostela. E’ stato lungo quegli 800 km, confortato dalla preghiera e dalle piccole grazie che ogni giorno la provvidenza mi regalava, che ho sentito la gioia ed il desiderio di abbandonarmi a Colui che non mi aveva mai abbandonato e continuava a guidare i miei passi molto più avanti dei miei stessi desideri, molto più in grande rispetto alle mie piccole paure, verso una meta troppo bella rispetto alla mia inadeguatezza. Ho scoperto che la mia vocazione non era una responsabilità come tutte le altre a cui ero stato chiamato, ma era l’Amore stesso che si stava presentando ed offrendo alla mia vita.
Ora ho appena concluso il primo anno di teologia, felice di poter cantare come il salmo 115: “Cosa renderò al Signore per quanto mi ha dato? Alzerò il calice della salvezza, e invocherò il nome del Signore”.

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