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La morte di San Francesco Saverio a Sancian

Nov 17, 2020

Di Giacomo Manzo

Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto (Gv 12,24).

Abbiamo lasciato il nostro Francesco Saverio sull’isola di Sancian, a soli 10 miglia dalla costa cinese. La sua sfida finale è arrivare in Cina, ma deve trovare il passaggio visto che il Paese è proibito agli stranieri. I giorni passavano e nessuno compariva. Poi finalmente un mercante si propose per questo viaggio e Francesco lo aspettò quasi ogni giorno, ma niente da fare! Di tutto coloro che con lui erano sbarcati nell’isola ormai non ne restava che uno solo: Antonio il cinese, il quale però neanche riusciva a capirlo quando parlava. La miseria, la fame e il freddo cominciarono a colpire. Il mese di novembre del 1552 fu terribilmente freddo e, proprio quando se ne andarono le ultime navi portoghesi, Francesco si ammalò e la febbre divenne sempre più alta, tanto che cominciò anche a delirare ricordando i suoi compagni gesuiti e invocando spesso il nome «Jesus» o la frase: «Jesu, fili David, miserere mei» («Gesù, figlio di Davide, abbi pietà di me»). Dopo una settimana il 28 novembre perdette anche l’uso della parola e perse conoscenza per tre giorni. Poi si riprese, ma la sera di venerdì 2 dicembre di nuovo Francesco si aggravò e Antonio a questo punto comprese che egli stava per morire e stette con lui a vegliare la notte. Ed eccolo il nostro grande missionario, infiammato d’amore per Cristo, il giovane studente che sulle orme dei suoi compagni, Ignazio, Pietro e gli altri, aveva dato inizio alla Compagnia di Gesù, colui che aveva portato il Vangelo laddove neanche San Paolo era arrivato e che aveva l’ultimo sogno di approdare in Cina, eccolo invece che giaceva a terra su una povera stuoia, senza poter parlare, sperduto in un’isola con un assistente cinese che neanche lo capisce. I suoi occhi guardano il crocifisso, quello stesso crocifisso davanti al quale aveva imparato, sin dagli Esercizi Spirituali predicatigli da Padre Ignazio, a lasciarsi illuminare nelle sue scelte e con cui aveva trascorso tante notti in lacrime. Ora la chiamata ad amare di più (magis) che caratterizza la spiritualità dei gesuiti arrivava al culmine. Francesco si consuma nell’amore fino alla fine distaccandosi anche dall’opera di evangelizzazione della Cina. L’opera, infatti, è sempre di Dio, e non degli uomini. La mezzanotte passò ed ecco le prime luci dell’alba del 3 dicembre 1552. Antonio accese una candela e la passò a Francesco e il più grande missionario della storia la prese in mano e, da buon gesuita, pronunciando il nome di Gesù, morì. La sua missione era giunta al compimento. Fu la sua una morte umile e povera. Fu messo in una cassa di legno e la bara fu calata in una tomba profonda, senza che ci fosse nessuno a recitare le preghiere per i defunti, soltanto furono messe delle pietre come segno di riconoscimento del posto. Francesco morì a 46 anni e 8 mesi. Di questi, 11 anni passati come missionario nelle terre orientali. Questa la sua ultima lettera, datata 13 novembre, da Sancian: «Sappiate per certo una cosa e non dubitatene, ed è che al demonio rincresce moltissimo che i membri della Compagnia del nome di Gesù entrino nella Cina. Vi faccio sapere tale sicura notizia da questo porto di Sancian. E di ciò non abbiate alcun dubbio perché non vi finirei mai di scrivere gli ostacoli che mi ha preparato e mi prepara ogni giorno. Sappiate per certo una cosa: che con l’aiuto, la grazia e il favore di Dio, in questo luogo nostro Signore confonderà il demonio, e sarà una grande gloria di Dio svergognare una superbia cosi grande come quella del demonio per mezzo di una cosa tanto vile come sono io». Il suo sogno, come visto, non si realizzò. Allora, si può dire che ha avuto l’ultima parola il diavolo? La vittoria del diavolo è solo apparente. La speranza di Francesco è stata rivendicata. Il chicco di grano caduto nella terra porta sempre frutto. Trenta anni dopo la sua morte, Matteo Ricci, un altro gesuita, entra in Cina! Il maligno cerca sempre d’impedire l’incontro tra l’uomo e Dio, ma l’amore senza misura di chi dona la vita ha sempre la meglio. Secondo alcune previsioni statistiche tra circa 15 anni la Cina sarà il Paese con più cristiani al mondo. E pensare che tutto cominciò così.

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