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Don Gaspare Carboneri

Dic 15, 2020

Di Giandomenico Piepoli

Lo studio di don Michele Colagiovanni pubblicato nella rivista “Il Sangue della Redenzione” (nn. 23-26, 2014-2015), costituisce ad oggi la fonte più completa di cui disponiamo, ricca di notizie di grande interesse sul nostro Missionario: una figura molto significativa, per la sua vita personale, ma anche per gli eventi che la Congregazione allora attraversava e, ancor di più, per conoscere meglio la persona e l’opera di san Gaspare. Sul ritratto conservato a Benevento si legge: «Don Gaspare Carboneri di Mondovì Missionario Apostolico della Congregazione del Preziosissimo Sangue morto in Benevento ai 29/1/1828 di anni 57». Da questa data si potrebbe facilmente risalire all’anno di nascita, che però è stato fissato al 1778 e così trasmesso in seguito. Nell’archivio parrocchiale del paese natale, Monastero di Vasco, provincia di Cuneo, l’atto di battesimo riporta che «il 16 aprile dell’anno 1771 è nato Gaspare Maria Vincenzo figlio dei coniugi Sebastiano del fu signor Giovanni Pietro e di Vittoria Carboneri – e Domenica, figlia di Vincenzo e Margherita Giusta».
Nel medesimo giorno per pericolo imminente gli venne impartita l’acqua battesimale.
Completati gli studi umanistici ed ecclesiastici, a venti anni, a Torino, ottenne la «patente» di Maestro in letteratura.
Nel 1804 lo troviamo a Roma nel Collegio Clementino, un istituto prestigioso, come educatore, dove conquistò la stima e l’affetto dei giovani. Conducevano il Collegio, fin dalla fondazione nel 1595, i Padri Somaschi. Vi era entrato il 23 maggio 1804. Nel settembre 1805 motivi di famiglia lo costringevano a uscire.
Accettò allora un Canonicato offertogli nella chiesa collegiata di Ariccia, Santa Maria Assunta in Cielo, con l’obbligo della scuola di Rettorica nel Seminario Vescovile di Albano.
Per il negato giuramento di fedeltà a Napoleone fu costretto all’esilio, aveva allora trentadue anni. Del gruppo faceva parte don Giovanni Battista Loberti, sacerdote di Albano, che ha lasciato un diario minuzioso delle proprie peregrinazioni che coincisero per forza di cose con quelle di don Carboneri. Partirono da Roma la mattina del 9 agosto 1810.
La comitiva era formata di otto persone, sistemate in due carrozze. Il viaggio fino a Piacenza fu contrattato con l’imprenditore Giambattista Balzai di Firenze. La vigilia dell’Assunta arrivarono a Firenze dove si trattennero tre giorni. «Meno di un mese prima erano passati per Firenze don Francesco Albertini, il suo discepolo don Gaspare del Bufalo e due colleghi di quest’ultimo nel canonicato in San Marco: don Marco Marchetti e don Francesco Gambini. Tutti nella stessa carrozza» (Colagiovanni). Altro particolare: a Parma «furono avviati all’Albergo del Pavone, affollato di preti.
Non si sapeva dove metterli. Furono alloggiati in una stanza con due letti e due materassi in terra, ma solo dopo aver strepitato, perché prima non c’era neppure quella soluzione sul pavimento. Il mangiare fu peggiore del dormire».
Don Carboneri, con altri più irremovibili, venne poi destinato alla Corsica. Qui «le condizioni di vita raggiunsero punte drammatiche». Nel 1813 tentò la fuga riuscendo a riparare con altri in Sardegna, isola rimasta indenne dalle imprese di Napoleone. È documentato che a Cagliari ebbe varie cariche nel Collegio di Santa Teresa e nel venerabile Collegio dei Sacri Operai di San Michele. «Di lì a poco, sgretolatosi il potere napoleonico, poté rientrare con onore a Ariccia nel maggio del 1814, con la maggior parte dei sacerdoti esuli e con lo stesso Pio VII, che fece un trionfale ingresso nella sua sede. Don Carboneri riprese la sua attività e le sue lezioni in Seminario, con le consuete passeggiate di andata e ritorno che si erano rese un po’ più faticose. I disagi dell’esilio si facevano sentire e lo condussero, alcuni anni più tardi, a chiedere e a ottenere il pensionamento al cardinale Pietro Francesco Galleffi».
Nel 1821 i Missionari del Preziosissimo Sangue giunsero a predicare la Missione Popolare nella diocesi di Albano per aprire una Casa di Missione nel capoluogo e solennizzare la presa di possesso del Cardinale Galleffi. Da quei giorni don Carboneri prendeva i primi contatti per far parte dell’Istituto. Dopo aver appena lasciato l’insegnamento in Seminario per motivi di salute, chiede di aderire all’Istituto. Cosa lo colpì? Pur impossibilitato di vociferare a scuola, chiedeva di intraprendere la vocazione missionaria, ben più onerosa per la predicazione e lo strapazzo dei viaggi. Sappiamo bene che donGaspare del Bufalo non perdeva occasione di incitare i preti a darsi alle Missioni Popolari. Questo ministero coltivato con premura nella Casa di Missione mirava anzitutto a maturare nella fedeltà alla propria vocazione per diventare tra la gente apostoli missionari di vissuto amore e riconciliazione. Sebbene sul suo ingresso in Istituto corressero delle chiacchiere sulla fiducia e la benigna carità del Canonico del Bufalo, don Carboneri «fu accolto con grande gioia nell’agosto del 1821 e subito immesso nell’apostolato e nella vita delle Case di Missione». Per tutti fu un «amante del lavoro». L’elenco delle Missioni dell’Archivio Generale e l’Epistolario ci fanno conoscere che predicò molto, anche parecchie missioni e alcune le diresse.
Era a Pievetorina quando nel 1826 lo raggiunse l’invito di don Gaspare del Bufalo a portarsi nelle Isole Ionie. C’è qui un fatto da sottolineare. Il Papa Leone XII, eletto il 28 settembre 1823, si aprì al problema delle Missioni Estere. Egli, pur ammirando l’opera di del Bufalo, non gli era però favorevole, era per un suo allontanamento da Roma.
Vedeva l’opera già in estinzione in Italia ed era per la cessazione dell’esperienza delle Case di Missione. Pareva volesse dal Canonico, del quale non si poteva negare l’energia apostolica, la sensibilizzazione del giovane clero verso le Missioni Estere. In realtà san Gaspare non escludeva le Missioni Estere.
Desiderava ardentemente che il Sangue di Gesù non fosse sparso invano ma che al contrario ciascuno ne approfittasse, secondo l’espressione programmatica di don Francesco Albertini. In una sua lettera dice: «Un giorno spero che da questa piccola pianta, che il demonio ha cercato e cerca di atterrare, si dirameranno anche per quelle missioni frutti ubertosi». E, riferendosi alla richiesta del Missionario per le Missioni Estere, scrive che «la lettera, per i bisogni che presentano tanti popoli, ha cavato lacrime dai miei occhi di tenera compassione a quelle anime». «Ci vogliono predicatori dell’evangelo per ogni dove», ripeteva san Gaspare.
Accolse quindi la richiesta del cardinale Giulio Della Somaglia il quale ricopriva l’ufficio di segretario di Stato, camerlengo e pro segretario di Propaganda Fide. La scelta cadde su don Carboneri ritenuto «dotato di quelli doni necessari alla santa carriera a cui Iddio lo chiama» (Santelli), e «ben pratico della lingua francese», secondo altre testimonianze. Sulla linea di Leone XII, il cardinale cercava sacerdoti per le comunità italiane dell’arcipelago dell’Eptaneso, con le sue sette isole maggiori: Corfù, isola e città capoluogo, Cefalonia, Zante, detta anche Zacinto, Santa Maura, così chiamata dai veneziani, Lefkada dai greci, Paxò, Itaca e Cerigo. Lo scritto di don Colagiovanni, partendo da lontano, ne descrive con dovizia di particolari la posizione politica e religiosa del paese e le vicende del nostro don Gaspare, vicende molto ingarbugliate. Nel libro La Casa di Missione di Albano don Michele racconta: «Il Carboneri accettò e partì da Roma il 13 marzo 1826, con un fratello laico di nome Giacomo Velletrani. Questi si ammalò prima di raggiungere l’imbarco a Otranto. Il Carboneri proseguì da sol per Corfù, dove giunse il 6 aprile. Si portò a Zante, che gli era stata assegnata, e sbarcò il 13 luglio. Il campo di apostolato del missionario era molto difficile. I territori formavano un’entità politica denominata Stati Uniti delle Isole Ionie.
La Chiesa di Roma aveva eretto una diocesi a Zante e un consolato con sede a Corfù. Le enclavi italiane erano formate di popolazioni rozze, refrattarie al discorso di fede, circondate come erano dall’ostilità degli ortodossi. Don Carboneri lavorò a Zante alcuni mesi, senza successo. A fine gennaio 1827 decise di riprendere la via dell’Italia. Sbarcò ad Ancona l’11 febbraio, ma solo il 15 marzo raggiunse Roma, dove si mise nuovamente a disposizione delle necessità dell’Istituto. Don Gaspare del Bufalo lo assegnò alle case di Sonnino e Vallecorsa, quindi a Benevento. Purtroppo la salute, che non era stata mai florida, si era ulteriormente logorata e il 30 gennaio 1828, proprio a Benevento, chiudeva la sua avventurosa giornata terrena». Fu sepolto il giorno dopo nella nostra chiesa

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