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Rosario Livatino: il Giudice Beato e Martire e la crisi del Potere Giudiziario

da | Dic 27, 2020

Il 21 dicembre Papa ha autorizzato la Congregazione delle Cause dei Santi a promulgare il Decreto riguardante «il martirio del Servo di Dio Rosario Angelo Livatino, fedele laico; nato il 3 ottobre 1952 a Canicattì (Italia) e ucciso, in odio alla Fede, sulla strada che conduce da Canicattì ad Agrigento (Italia), il 21 settembre 1990». La sua storia è ben conosciuta ormai, essendo stato uno dei giudici assassinati dalla mafia all’inizio degli anni Novanta. Il suo lavoro nel Tribunale di Agrigento l’ha portato a occuparsi di sequestri e confische dei beni di provenienza illecita acquisiti dai mafiosi e delle più delicate indagini antimafia. Però qualcuno si chiederà come mai si è stabilito che la sua uccisione possa considerarsi “in odio alla fede” e, dunque, martirio.
La risposta più semplice sta negli atti processuali nei quali è emerso proprio come il capo mafioso locale, Giuseppe Di Caro, conosceva molto bene Livatino in quanto abitavano nello stesso condominio e la decisione di ucciderlo fu presa proprio per la sua “nota dirittura morale… radicata nella fede”, tanto che veniva dileggiato come “santocchio” per la sua frequentazione della Chiesa, per cui risultava incorruttibile proprio in quanto cattolico. L’odium fidei è risultato evidente in tutte le varie testimonianze.
L’impegno di Rosario Livatino come magistrato si è sempre caratterizzato per una grande professionalità e con la consapevolezza dei limiti della giustizia. Il 29 novembre 2019 Papa Francesco ha pronunciato un breve ma importantissimo discorso sul giudice Livatino e soprattutto su una corretta visione della giustizia di uno stato.
Vale la pena ricordare quelle parole rivolte ai membri del Centro studi “Rosario Livatino”, soprattutto in questi giorni in cui facciamo memoria dei primi martiri della storia della Chiesa, come Santo Stefano e i martiri innocenti. Rosario Livatino è stato riconosciuto come beato e martire della fede, ma la sua testimonianza come giudice e il suo insegnamento sulla giustizia c’insegnano come sempre nella storia è necessario difendere e custodire il primato e la dignità di ogni persona umana.
Papa Francesco sottolineava come Rosario il suo lavoro «lo faceva in modo inattaccabile, rispettando le garanzie degli accusati, con grande professionalità e con risultati concreti: per questo la mafia decise di eliminarlo.». In quel discorso il Papa metteva in guardia da una visione della giurisprudenza cosiddetta “creativa”, secondo cui – per usare le parole stesse del Beato Rosario Livatino – il diritto positivo può violare o contraddire quei «beni indisponibili» come la vita umana, che, invece «né i singoli né la collettività possono aggredire» (Canicattì, 30 aprile 1986).
Infatti, il Papa ricordava chi è il giudice secondo Rosario Livatino: «“Egli altro non è che un dipendente dello Stato al quale è affidato lo specialissimo compito di applicare le leggi, che quella società si dà attraverso le proprie istituzioni”. Tuttavia, si è venuta sempre più affermando una diversa chiave di lettura del ruolo del magistrato, secondo la quale quest’ultimo, “pur rimanendo identica la lettera della norma, possa utilizzare quello fra i suoi significati che meglio si attaglia al momento contingente”». Sono da segnare davvero queste parole perché dovrebbero essere la magna charta della magistratura. Papa Francesco in quel discorso di un anno fa è stato molto coraggioso nel denunciare l’attualità di Rosario Livatino proprio perché sono emersi in questi decenni in Italia, ma non solo, i segni evidenti «dello sconfinamento del giudice in ambiti non propri, soprattutto nelle materie dei cosiddetti “nuovi diritti”, con sentenze che sembrano preoccupate di esaudire desideri sempre nuovi, disancorati da ogni limite oggettivo”. Per questo Papa Francesco parlava già anzitempo di «crisi del potere giudiziario che non è superficiale ma ha radici profonde» e, in questo senso richiamava queste parole del Beato: “(I magistrati) devono, nel momento del decidere, dimettere ogni vanità e soprattutto ogni superbia; devono avvertire tutto il peso del potere affidato alle loro mani, peso tanto più grande perché il potere è esercitato in libertà ed autonomia. E tale compito sarà tanto più lieve quanto più il magistrato avvertirà con umiltà le proprie debolezze, quanto più si ripresenterà ogni volta alla società – che somma così paurosamente grande di poteri gli affida – disposto e proteso a comprendere l’uomo che ha di fronte e a giudicarlo senza atteggiamento da superuomo, ma anzi con costruttiva contrizione.”. Nessun atteggiamento da superuomo, dunque, ma consapevolezza che davanti si ha una persona umana. Il Beato Rosario Livatino ha testimoniato come la fede può illuminare il lavoro del magistrato e il suo servizio alla società. È un altro grande esempio di santità nel laicato che la Chiesa ci offre.

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