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La «Cultura della Cura» lanciata da Papa Francesco. Messaggio per la Giornata della Pace

da | Dic 31, 2020

È stato da poco reso noto il Messaggio di Papa Francesco per la 54ma Giornata Mondiale della Pace, il 1 gennaio 2021, giorno della solennità di Maria Madre di Dio. Papa Francesco ha intitolato questo messaggio con queste parole: “La cultura della cura come percorso di pace”.
Ci chiediamo che cosa sia questa “cultura della cura” che il Papa ha lanciato proprio alla fine di quest’anno particolare e come messaggio per tutti gli operatori di pace nel prossimo anno 2021.
Tutti ricordiamo il motto adottato da don Lorenzo Milani, che ne fece fare anche un cartello proprio all’entrata della sua scuola di Barbiana. Eravamo nel secondo dopoguerra italiano, proprio dopo l’esperienza tragica della guerra e della dittatura. Il motto era semplice e chiaro: «I care», che tradotto dall’inglese significa letteralmente «Mi importa, ho a cuore» in contrapposizione al motto «Me ne frego» di derivazione fascista. L’insegnamento di don Milani era tutto centrato sull’attenzione alla persona e alla solidarietà e davvero la parola che può sintetizzare tutto il suo impegno e il suo amore per l’educazione è la parola “cura”.
Ebbene il Papa sembra in qualche modo rifarsi a don Milani per parlare della pace sia ai Capi di Governo, ai responsabili delle Organizzazioni internazionali e ai leaders mondiali nel campo economico, politico e sociale, come anche a tutti gli uomini e le donne che hanno a cuore un percorso di pace e di comunione nelle nostre società e comunità.
Il Papa sottolinea come la vocazione alla cura sia anzitutto qualcosa di iscritto nella stessa umanità. Nel libro della Genesi ad Adamo è affidato il creato con i verbi del “coltivare” e “custodire” (Gen 2,15) e poi con il racconto della storia dei fratelli Abele e Caino ecco anche l’invito chiaro ad essere “custodi” del “proprio fratello” (Gen 4,9).
Tutto questo è scritto nella Creazione e celebrato nella Scrittura proprio perché è presente anzitutto nella natura stessa di Dio, che nella Rivelazione Cristiana, è Lui stesso comunione e relazione. Nel Dio-Trinità c’è il “prendersi cura” come caratteristica stessa della divinità. Per noi cristiani Dio è comunione e chi ce lo ha manifestato è proprio Gesù che in questi giorni contempliamo come il Verbo fatto carne.
In Gesù il Papa vede proprio in atto il ministero della cura, in quanto il suo mandato è proprio quello di “portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi” (Lc 4,18). Questo modello raggiunge il suo compimento nella sua morte sulla croce e nella sua risurrezione. Ma questa cultura della cura non è solo un modello, perché con Lui e con il Suo Spirito, è possibile sempre metterla in atto per tutti i cristiani.
“Le opere di misericordia spirituale e corporale costituiscono il nucleo del servizio di carità della Chiesa primitiva. I cristiani della prima generazione praticavano la condivisione perché nessuno tra loro fosse bisognoso (cfr At 4,34-35) e si sforzavano di rendere la comunità una casa accogliente, aperta ad ogni situazione umana, disposta a farsi carico dei più fragili. Divenne così abituale fare offerte volontarie per sfamare i poveri, seppellire i morti e nutrire gli orfani, gli anziani e le vittime di disastri, come i naufraghi.”.
Questa è la Chiesa. Questa è la cultura della cura che promuove la pace. È la storia della charitas christiana che ha segnato tutte le epoche facendo nascere scuole, ospedali e tante reti di solidarietà.
Il Papa ripropone specialmente ai cristiani questa cultura della cura, come promozione della pace e ne individua alcuni aspetti principali: la promozione della dignità di ogni persona umana, compresi i poveri, i malati, gli emarginati; il bene comune e la solidarietà ed infine la salvaguardia del creato. Il Papa rilancia anche in tal senso “la decisione coraggiosa […] di costituire con i soldi che s’impiegano nelle armi un Fondo mondiale per poter eliminare definitivamente la fame e contribuire allo sviluppo dei Paesi più poveri”!
Ma questo discorso non coinvolge solo i grandi capi e leaders internazionali, ma ci coinvolge tutti. “Non cediamo alla tentazione di disinteressarci degli altri, specialmente dei più deboli, non abituiamoci a voltare lo sguardo, ma impegniamoci ogni giorno concretamente per formare una comunità composta da fratelli che si accolgono reciprocamente, prendendosi cura gli uni degli altri”. “I care” – direbbe don Milani. 60 anni dopo lo dice ancora il Papa. E noi cristiani rispondiamo: “We care!”.

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