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Alla cena

Gen 4, 2021

Di Giulio Martelli

Nell’ora della cena si verifica un passaggio. Il pane e il vino, senza nulla perdere dei loro anteriori significati riconosciuti, vengono investiti di un senso nuovo. In virtù della parola che Gesù dice su di essi, parola che bisogna considerare creatrice, il pane e il vino significano adesso il suo Corpo e il suo Sangue. La fede della Chiesa dichiara che questo significato è efficace. Il pane e il vino, cioè, divengono effettivamente, realmente il Corpo e il Sangue; non genericamente, ma puntualmente, vale a dire il corpo dato e il sangue versato.
Se il pane diviene Corpo e se il vino diviene Sangue, correlativamente il Corpo si fa pane e il Sangue si fa vino. In breve, il Cristo si dà in cibo. La carne torturata e il sangue sparso, segni della violenza predatrice degli uomini che si nutrono della vita degli altri si cambiano in nutrimenti pacifici, manifestando così che la violenza umana è superata. Nella celebrazione della Cena, compimento della Pasqua di Israele, avremmo dovuto vedere l’Agnello sgozzato; vi troviamo invece il pane e il vino, l’offerta di Melchisedek, il quale si presenta appunto con offerte pacifiche, non con animali immolati: il pane e il vino sono nutrimenti ottenuti senza violenza. Il pane e il vino, cibo e bevanda di prima della passione, sono i nutrimenti del dopo la Resurrezione, la quale è, per un certo verso, la vittoria sulle condizioni omicide degli uomini. Ma il fatto che il frutto del nostro peccato apportatore di morte ci venga dato in cibo per la vita ci apre ad una rivelazione ultima: il peccato umano è disinnescato, Dio stesso è vero nutrimento della vita dell’uomo. In Gen 2 si vedeva già l’uomo animato dal soffio vitale di Dio. L’Eucarestia aggiunge qualcosa: Dio ci nutre della carne che noi gli abbiamo preso prendendo… prendendo la carne dell’uomo, della carne cioè di cui noi ci siamo impossessati come Adamo aveva voluto impossessarsi dell’albero per prendere il posto di Dio. Il posto di Dio è adesso la Croce che noi innalziamo.
All’avvertimento di Gen 2, 17: “chi ne mangia, morirà”, subentra la formula inversa di Gv 6, 58 “chi ne mangia, vivrà”. Il frutto del peccato è divenuto, mediante il perdono, frutto della vita.
Così l’omicidio proiettato contro la vita, la giustizia e l’amore è stato vano perché il Cristo risorge e la carne della resurrezione diviene nutrimento di una vita di risurrezione. Anche noi siamo morti: l’omicidio che abbiamo commesso, distruggendo la sorgente della vita, ha ucciso proprio noi. Il peccato è mortale in due sensi: uccide e la vittima e l’assassino. Pertanto “prendere” il Corpo di Cristo è innanzitutto un’accusa, l’accusa che siamo stati noi ad uccidere quel Corpo e a versare quel Sangue.

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