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Dai Gerolamini ai Cappellani la dispersione dei beni

Gen 5, 2021

Di Pietro Battista

I monaci Gerolamini, entrati in possesso del monastero e della chiesa di San Paolo nel 1493, lo tennero pacificamente fino al 1801, quando, avvertendo movimenti ostili verso le istituzioni religiose, lasciarono Albano e si ritirarono nel monastero di Sant’Alessio in Roma.
Il Priore, però, si riservò un appartamento per ritirarsi in qualche periodo dell’anno. Sopravvenuto il saccheggio del monastero, nessuno dei monaci se la sentiva di tornare in Albano. Allora, l’avvocato Morelli, in qualità di amministratore della Commenda, sollecitò i monaci, a nominare, a proprie spese, due cappellani per l’officiatura della chiesa. Al cappellano, don Francesco Monti che prestava servizio ogni giorno, i monaci pagavano cinquanta scudi annui. A don Francesco Mancini, invece, che prestava servizio solo nelle festività, davano venticinque scudi. Nel 1810 dopo che Napoleone decretò la soppressione di tutti gli ordini religiosi del dipartimento di Roma, tutte le
proprietà dell’antica fondazione passarono al Demanio pubblico. A nulla valsero le proteste dei Monaci Gerolamini. Nei cinque anni dell’occupazione francese, i due cappellani continuarono a officiare la chiesa, pagando le spese con le offerte che ricevevano dai fedeli. Il Demanio a sua volta, vendette il giardino e il monastero, eccetto il corridoio del secondo piano che fu dato in affitto. I beni rustici non furono venduti ma il Demanio riscuoteva gli affitti. Dopo la Restaurazione, tutti i beni del Monastero passarono alla Camera Apostolica. I due cappellani, allora, chiesero al Tesoriere Generale Mons. Ercolani, di tornare ad essere stipendiati, come al tempo dei Gerolamini. Giudicata ragionevole la richiesta, furono accordati cinquanta scudi a don Giannini e cinquanta scudi al Canonico Fortini che erano subentrati ai primi due cappellani. Inoltre furono assegnati venti scudi l’anno per le varie spese sopportate.
In tutto centoventi scudi. I monaci Gerolamini, intanto, assottigliatisi di numero, trovarono sempre maggiori difficoltà a tornare in Albano. Essi si sentivano tranquilli perché il servizio alla chiesa era assicurato dai due cappellani. Il Priore, però, continuava ad avere l’appartamento
che si era riservato per sé. Anche i frati, nelle grandi solennità, gradivano essere presenti nella chiesa di San Paolo. Nel 1817, i beni della Mensa Conventual cominciarono ad essere percepiti dalla Commenda. Proprio in quell’anno, furono avanzate due richieste al Papa Pio VII.
La prima fu fatta dal Seminario di Albano che chiese di usufruire della somma di cento scudi annui per sopperire alle spese di gestione. La seconda richiesta fu avanzata dal Capitolo Lateranense che, dopo le vicende politiche, si trovò con un deficit di duemilacinquecento scudi. Il Pontefice, ritenendo soppresso il Monastero di San Paolo, concesse cento scudi al Seminario di Albano e tutto il resto al Capitolo Lateranense che, a sua volta, si impegnò a pagare centoventi scudi ai due cappellani che prestavano il servizio alla chiesa. Così, il Monastero fondato da Papa Onorio IV restò completamente privo di dote. (continua)

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