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È Venerabile il medico Lejeune che scoprì la causa della sindrome di Down

da | Gen 26, 2021

«Dite piuttosto che questo bambino vi disturba e che perciò preferite ucciderlo, ma dite la verità. È un uomo la “cosa” in questione, non un ammasso di cellule». Queste furono alcune delle parole con cui il medico genetista francese ha difeso la vita umana dei bambini affetti dalla sindrome di Down, dal nome del medico inglese John Langdon Down, che aveva descritto nei suoi studi i sintomi della malattia. Fino alla prima metà del ‘900 erano chiamati “mongoloidi” per via dei caratteri facciali che ricordavano quelli dei popoli mongoli. Jérôme Lejeune entrò a far parte dell’equipe del pediatra Raymond Turpis presso l’ospedale Saint-Luis a Parigi e qui entrò in contatto con i bambini affetti da questa sindrome. È l’incontro che – possiamo dire segna la vocazione della sua vita. Una vera e propria missione diventa per lui quella di combattere la malattia che li affligge ed anche scoprirne le cause. Quasi un secolo prima, nel 1865, un altro cattolico scienziato, l’abate Gregor Mendel aveva dimostrato che il patrimonio ereditario era costituito da elementi discreti (i geni), che poi si scoprì essere contenuti nei cromosomi. Lejeune indirizzò la sua ricerca sui cromosomi e il 29 gennaio 1959 comunicò i risultati della ricerca: nei bambini affetti da sindrome di Down i cromosomi sono 47 e non 46 (trisomia 21). Questa scoperta fu fondamentale anche perché segnò l’inizio della citogenetica, in quanto per la prima volta si dimostrò come nell’uomo ci sono malattie congenite dovute ad anomalie cromosomiche. Con questa scienza si rese possibile scoprire le cause di altre malattie genetiche.
Ma la missione di Jérôme Lejeune non è solo quella di “scoprire” le cause, ma anche quella di “trovare” il modo di curare questi piccoli pazienti. Dice infatti: «Troveremo, è impossibile non trovare. È uno sforzo intellettuale molto meno difficile che mandare un uomo sulla Luna». Eppure, da qui la sua battaglia in difesa per la vita si fa più difficile. Perché, avendo scoperto come l’analisi cariotipica e l’amniocentesi rendono possibile la diagnosi di queste patologie, ecco che molti scienziati preferiscono non dirigere la loro ricerca per trovare le soluzioni terapeutiche, ma, al contrario, per aprire la strada alla “eliminazione degli indesiderabili”.
Egli si oppone chiaramente: «La medicina per millenni ha combattuto in favore della vita e della salute e contro la malattia e la morte. Se cambiamo questi obiettivi, cambiamo la medicina: il nostro compito non è quello di infliggere una sentenza, ma di alleviare il dolore».
E ancora nel 1969: «il razzismo cromosomico è brandito come uno stendardo di libertà: si uccideranno gli anormali in utero dal momento che si potrà riconoscere l’anomalia […]. Che questa negazione di tutta la medicina, di tutta la fraternità biologica che lega gli uomini sia la sola attuale applicazione della conoscenza della trisomia 21 è più che un crepacuore. Leggendo l’articolo… sull’aereo tornando da New York, mi venivano le lacrime agli occhi». I suoi ragionamenti mettono in contraddizione le varie battaglie progressiste di quegli anni: «Non bisogna uccidere i colpevoli (d’accordo) perché sono uomini (d’accordo) anche se sono cattivi (ancora d’accordo), ma bisogna uccidere i trisomici perché saranno dei cattivi uomini. E questo “prende”…».
La figlia di Jérôme Lejeune raccontò: «Un giorno un ragazzo trisomico di dieci anni si presenta allo studio. Piange ed è inconsolabile. La mamma spiega: “Ha visto con noi il dibattito di ieri sera alla televisione”. Il ragazzo getta le braccia al collo di papà (Jérôme) e dice: “Vogliono ucciderci. Ci deve difendere. Noi siamo troppo deboli, non sappiamo farlo da soli”». Così il nostro medico avvisa i suoi colleghi il giorno dopo: «Se non li difendessi li tradirei e rinuncerei a ciò che di fatto sono divenuto: il loro avvocato naturale». Dopo queste parole gli vengono tagliati i fondi di ricerca e chiuso il suo laboratorio, addirittura sui muri della facoltà appaiono scritte come questa: «à mort Lejeune et ses petits monstres» («a morte Lejeune e i suoi piccoli mostri»). Subisce insomma una vera e propria emarginazione accademica. Lejeune era diventato ricercatore proprio perché medico, cioè per guarire i suoi pazienti, tanto che prima di morire le sue parole sono per loro: «sono stato il medico che li doveva guarire». La sua visione di medico – sempre nelle sue parole – era questa: «difendere ogni paziente, prendersi cura d’ogni uomo, implica che ciascuno di noi debba essere considerato “unico” e “insostituibile”». Le testimonianze dei pazienti e delle famiglie sul suo essere medico parlano di una tenerezza, una bontà e una paternità che a leggerle non ci si può non commuovere. Alcuni genitori addirittura hanno descritto le visite mediche come dei veri incontri spirituali. Jérôme Lejeune è stato un gigante della carità e della fede. San Giovanni Paolo II durante la Giornata Mondiale della Gioventù a Parigi il 22 agosto 1997 andò a visitare la sua tomba chiamandolo “mon frère” (“mio fratello”), avendolo anche voluto come primo Presidente della Pontificia Accademia per la Vita tre anni prima. Nel 2007 si è aperta la causa per la sua beatificazione e lo scorso 21 gennaio Papa Francesco ha autorizzato il decreto della Congregazione per le Cause dei santi che riconosce le virtù eroiche del Servo di Dio Jerome Lejeune, dichiarandolo quindi Venerabile della Chiesa Cattolica, proprio a pochi giorni dalla prossima Giornata della Vita, domenica 7 febbraio.

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