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Famiglia

Mar 11, 2021

Di Terenzio Pastore

«Il Figlio di Dio ha voluto aver bisogno, come tutti i bambini, del calore di una famiglia. Proprio per questo, perché è la famiglia di Gesù, quella di Nazaret è la famiglia-modello, in cui tutte le famiglie del mondo possono trovare il loro sicuro punto di riferimento e una sicura ispirazione. A Nazaret è germogliata la primavera della vita umana del Figlio di Dio… Tra le mura ospitali della Casa di Nazaret si è svolta nella gioia l’infanzia di Gesù, circondato dalle premure materne di Maria e dalla cura di Giuseppe, nel quale Gesù ha potuto vedere la tenerezza di Dio».

Con queste parole PAPA FRANCESCO ha iniziato l’Angelus di Domenica 27 dicembre u.s., Festa della Santa Famiglia. Nel concluderlo, richiamando il V anniversario dell’“AMORIS LAETITIA”, ha annunziato un anno di riflessione per accompagnare il cammino delle famiglie. L’inizio è fissato per il 19 marzo, Festa di San Giuseppe. Sarà una Festa davvero speciale, quella di quest’anno, nel cuore dell’ANNO di San GIUSEPPE, iniziato lo scorso 8 dicembre, a 150 anni dalla sua dichiarazione quale PATRONO DELLA CHIESA CATTOLICA, fatta dal Beato Pio IX.

Nella lettera apostolica “PATRIS CORDE” il Papa ha sottolineato che il tempo di pandemia ha rafforzato il suo desiderio di presentare la figura di Giuseppe: una difficoltà globale deve portarci a mettere insieme le nostre forze; come umanità, siamo un’unica grande famiglia, tutti sulla stessa barca, a cui dare una rotta sicura. Su questa barca c’è bisogno di padri che, come San Giuseppe, si mettano a servizio del progetto d’amore di Dio.
Papa Francesco individua sette aspetti della paternità di San Giuseppe, che costituiscono un itinerario per il cammino di fede di ciascuno di noi.

TENEREZZA: «Dobbiamo imparare ad accogliere la nostra debolezza con profonda tenerezza… Giuseppe ci insegna così che avere fede in Dio comprende pure il credere che Egli può operare anche attraverso le nostre paure, le nostre fragilità, la nostra debolezza. E ci insegna che, in mezzo alle tempeste della vita, non dobbiamo temere di lasciare a Dio il timone della nostra barca. A volte noi vorremmo controllare tutto, ma Lui ha sempre uno sguardo più grande».

OBBEDIENZA: «In ogni circostanza della sua vita, Giuseppe seppe pronunciare il suo “fiat”, come Maria nell’Annunciazione e Gesù nel Getsemani.
Giuseppe, nel suo ruolo di capo famiglia, insegnò a Gesù ad essere sottomesso ai genitori (cfr Lc 2,51), secondo il comandamento di Dio (cfr Es 20,12). Nel nascondimento di Nazaret, alla scuola di Giuseppe, Gesù imparò a fare la volontà del Padre».

ACCOGLIENZA: «Giuseppe accoglie Maria senza mettere condizioni preventive.
Si fida delle parole dell’Angelo… La vita spirituale che Giuseppe ci mostra non è una via che spiega, ma una via che accoglie… L’accoglienza di Giuseppe ci invita ad accogliere gli altri, senza esclusione, così come sono, riservando una predilezione ai deboli, perché Dio sceglie ciò che è debole (cfr. 1Cor 1,27), è “padre degli orfani e difensore delle vedove” (Sal 68,6) e comanda di amare lo straniero. Voglio immaginare che dagli atteggiamenti di Giuseppe Gesù abbia preso lo spunto per la parabola del figlio prodigo e del padre misericordioso (cfr Lc 15,11-32)».

CORAGGIO CREATIVO: «Emerge soprattutto quando si incontrano difficoltà… che tirano fuori da ciascuno di noi risorse che nemmeno pensavamo di avere… Giuseppe è l’uomo mediante il quale Dio si prende cura degli inizi della storia della redenzione. Egli è il vero “miracolo” con cui Dio salva il Bambino e sua madre».

LAVORATORE: «La persona che lavora, qualunque sia il suo compito, collabora con Dio stesso, diventa un po’ creatore del mondo che ci circonda. La crisi del nostro tempo, che è crisi economica, sociale, culturale e spirituale, può rappresentare per tutti un appello a riscoprire il valore, l’importanza e la necessità del lavoro per dare origine a una nuova “normalità”, in cui nessuno sia escluso. Il lavoro di San Giuseppe ci ricorda che Dio stesso fatto uomo non ha disdegnato di lavorare».

OMBRA: «Padri non si nasce, lo si diventa. E non lo si diventa solo perché si mette al mondo un figlio, ma perché ci si prende responsabilmente cura di lui.
Tutte le volte che qualcuno si assume la responsabilità della vita di un altro, in un certo senso esercita la paternità nei suoi confronti… Giuseppe ha saputo amare in maniera straordinariamente libera.
Non ha mai messo sé stesso al centro. Ha saputo decentrarsi, mettere al centro della sua vita Maria e Gesù.
La felicità di Giuseppe non è nella logica del sacrificio di sé, ma del dono di sé…
La paternità che rinuncia alla tentazione di vivere la vita dei figli spalanca sempre spazi all’inedito. Ogni figlio porta sempre
con sé un mistero, un inedito che può essere rivelato solo con l’aiuto di un padre che rispetta la sua libertà…
Tutte le volte che ci troviamo nella condizione di esercitare la paternità, dobbiamo sempre ricordare che non è mai esercizio di possesso, ma “segno” che rinvia a una paternità più alta. In un certo senso, siamo tutti sempre nella condizione di Giuseppe: ombra dell’unico Padre celeste, che «fa sorgere il sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti»
(Mt 5,45); e ombra che segue il Figlio».

Papa Francesco, dopo aver chiarito che lo scopo della Lettera Apostolica − e, quindi di quest’anno dedicato a San Giuseppe − «è quello di accrescere l’amore verso questo grande Santo, per essere spinti a implorare la sua intercessione e per imitare le sue virtù e il suo slancio», aggiunge che «i Santi aiutano tutti i fedeli “a perseguire la santità e la perfezione del proprio stato” (LG 42). La loro vita è una prova concreta che è possibile vivere il Vangelo».
Cosa manca? «Non resta che implorare da San Giuseppe la grazia delle grazie: la nostra conversione», e intraprendere con fiducia il nostro cammino.

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