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Un anno nel “Cuore di Giuseppe”

Di Luigi Maria Epicoco

Papa Francesco ci ha sorpresi tutti quando lo scorso 8 dicembre 2020 ci ha regalato una Lettera Apostolica dedicata alla figura di San Giuseppe dal titolo “Patris corde” (Con cuore di Padre), e ha indetto un intero anno giuseppino che si concluderà il prossimo 8 dicembre 2021.

L’intuizione del Papa è straordinaria, perché dopo i mesi non ancora pienamente conclusi della crisi mondiale della pandemia del Coronavirus, ci ritroviamo in una situazione di immensa difficoltà e precarietà che ci rende così simili alle vicende che hanno caratterizzato la vita di Gesù, Maria e Giuseppe agli inizi del loro cammino (Mt 1-2; Lc 1-2). In quelle situazioni di spaesamento, prova, dolore, confusione, Giuseppe è stato colui che ha saputo salvare “il bambino e sua madre” (Mt 2,13). La sua concretezza, abnegazione, generosità e creatività sono ciò che ha permesso a Gesù di sopravvivere agli eventi contrari che gli si muovevano contro. Il Figlio dell’Onnipotente si consegna alla fragilità della condizione umana e degli eventi, e per salvarsi ha avuto bisogno di chi gli ha fatto spazio e offerto cura.

Scrive il Papa all’inizio della sua Lettera Apostolica: «Tale desiderio [di porre l’attenzione su San Giuseppe] è cresciuto durante questi mesi di pandemia, in cui possiamo sperimentare, in mezzo alla crisi che ci sta colpendo, che “le nostre vite sono tessute e sostenute da persone comuni – solitamente dimenticate – che non compaiono nei titoli dei giornali e delle riviste né nelle grandi passerelle dell’ultimo show ma, senza dubbio, stanno scrivendo oggi gli avvenimenti decisivi della nostra storia: medici, infermiere e infermieri, addetti dei supermercati, addetti alle pulizie, badanti, trasportatori, forze dell’ordine, volontari, sacerdoti, religiose e tanti ma tanti altri che hanno compreso che nessuno si salva da solo. […] Quanta gente esercita ogni giorno pazienza e infonde speranza, avendo cura di non seminare panico ma corresponsabilità. Quanti padri, madri, nonni e nonne, insegnanti mostrano ai nostri bambini, con gesti piccoli e quotidiani, come affrontare e attraversare una crisi riadattando abitudini, alzando gli sguardi e stimolando la preghiera. Quante persone pregano, offrono e intercedono per il bene di tutti”» (PC 1).

Giuseppe è diventato così un faro nei tempi difficili e l’esempio più credibile di come si vivono situazioni come la nostra. L’amore, la tenerezza, l’accoglienza, l’obbedienza, la creatività e la discrezione sono le caratteristiche che Papa Francesco ha declinato pensando a San Giuseppe, indicandoci un vademecum di umanità a cui ispirarci.
Infatti tutti sappiamo che le situazioni difficili tirano fuori da noi il meglio o il peggio. Non è mai scontato dire che “la croce” ci santifica. A volte è proprio a causa di un dolore, di una difficoltà, di un imprevisto che tutto nella vita si infrange senza trovare più un senso e uno scopo ultimo. Gesù ci ha però insegnato che solo l’esperienza concreta dell’amore riesce a ricomporre “i pezzi” della vita andata in frantumi. Essere amati significa avere un luogo esistenziale dove tutto è possibile perché tutto è vivibile. Giuseppe ha dato a Maria e a Gesù una relazione così: uno spazio esistenziale affidabile che ha reso possibile gli inizi della storia della nostra salvezza. In questo senso il
“cuore di padre” di Giuseppe diventa un faro per ogni cristiano che cammina nei sentieri di questa vita: «La felicità di Giuseppe non è nella logica del sacrificio di sé, ma del dono di sé. Non si percepisce mai in quest’uomo frustrazione, ma solo fiducia. Il suo persistente silenzio non contempla lamentele ma sempre gesti concreti di fiducia. Il mondo ha bisogno di padri, rifiuta i padroni, rifiuta cioè chi vuole usare il possesso dell’altro per riempire il proprio vuoto; rifiuta coloro che confondono autorità con autoritarismo, servizio con servilismo, confronto con oppressione, carità con assistenzialismo, forza con distruzione» (PC 7). Possa questo anno dedicato a San Giuseppe risvegliare in ciascuno di noi le medesime virtù, e ristabilire come unico programma di «amare il Bambino e sua madre; amare i Sacramenti e la carità; amare la Chiesa e i poveri. Ognuna di queste realtà è sempre il Bambino e sua madre» (PC 5).

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