dal 1953 la voce di San Gaspare nel mondo

Si squarcia il velo del mondo

Mag 24, 2021

Di Federico Maria Rossi

Siamo alla fine: Gollum strappa Anello e dito a Frodo − e precipita nell’abisso. L’Anello è distrutto, Sauron reso impotente. La missione è compiuta. Ed ecco: la montagna trema, la terra si apre e il fuoco del Monte Fato taglia la strada alla fuga dei due hobbit stremati. Eppure c’è gioia, lì, «alla fine di ogni cosa». C’è la gioia di Sam nell’aver ritrovato «padron Frodo» e c’è la gioia di Frodo, che ha portato a termine la sua missione e non è da solo: «“Sono felice che tu sia qui con me”, disse Frodo. “Qui alla fine di ogni cosa, Sam”. “Sì, sono con voi, padrone”, disse Sam, stringendosi dolcemente al petto la mano ferita di Frodo. “E voi siete con me. E il viaggio è finito. Ma dopo aver fatto tanta strada non voglio ancora darmi per vinto. Non è nel mio carattere, non so se mi spiego”» (SdA, 1164). E se per Frodo è ormai fallita la speranza e giunta la fine (cfr. SdA, 1164), Sam implora un piccolo passo in più: escono dall’antro e scendono un poco a valle. È lì, sul sentiero, che Gwaihir, re delle aquile, li vede: «due piccole figure scure, sconfortate, che si tenevano per mano sopra un piccolo colle, mentre sotto di esse il mondo tremava e rantolava e i fiumi di fuoco si avvicinavano alle loro spalle» (SdA, 1165). Così, stremati e circondati dai fuochi di una Mordor in rovina, i due hobbit vengono salvati dalle aquile.

Il salvataggio «in extremis» di Sam e Frodo non è «buonismo» o un «intervento dall’alto» fine a sé stesso, ma esprime un concetto chiave nella poetica di Tolkien: l’eucatastrofe. Questo neologismo, introdotto nel saggio Sulle fiabe, esprime la visione dell’autore inglese sulla funzione di un racconto, ma anche sulla gioia − e sulla Gioia con l’iniziale maiuscola. «La consolazione delle fiabe, la gioia del lieto fine, o più esattamente della “buona catastrofe”, l’improvviso “capovolgimento” gioioso (perché in realtà nessuna fiaba ha una fine vera e propria): questa gioia, che è uno degli stati d’animo che le fiabe sanno suscitare in maniera esemplare, […] è una grazia improvvisa e miracolosa: non c’è da far conto che possa ripresentarsi» (Albero e Foglia, 85).

L’eucatastrofe non vuole negare l’esistenza del dolore e della fatica nel mondo. Non vuole nascondere la realtà, né dare una falsa consolazione al lettore; al contrario, va a mostrare ciò che nel mondo non si vede, racconta ciò che il cuore sente quando i sensi si scoraggiano. Il mito si fa strada per arrivare a guardare oltre il sipario del mondo, si fa oblò per osservare gli intimi meccanismi della realtà, per dire una verità spesso sentita e troppo spesso disperata. L’eucatastrofe «smentisce, nonostante le molte apparenze del contrario, l’universale sconfitta finale, e pertanto è evangelium, in quanto permette una fugace visione della Gioia, Gioia al di là delle mura del mondo, acuta come un dolore» (AeF, 86). Il «lieto fine» non è finzione, ma è verità, perché un’opera letteraria fondata su una fede forte «riesce ad attingere a una qualità che possa essere a ragion veduta [definita come] “intima consistenza della realtà”» (AeF, 88).
Non è un «“tutti vissero felici e contenti” a buon mercato»: il finale de Il Signore degli Anelli, infatti, è un finale lungo, quasi aperto. Dopo la distruzione dell’anello e dopo il salvataggio insperato, ci sono ancora re da incoronare, amici da salutare e una lunga strada da percorrere per tornare a casa. C’è la coda lunga del male, che non scompare mai del tutto improvvisamente, ma lascia strascichi velenosi: gli hobbit scopriranno che anche la Contea è stata toccata dalla guerra.
Scopriranno che c’è un popolo da liberare, una società da ricostruire, una terra da risanare.
Così è stato per l’Europa di Tolkien dopo la Seconda guerra mondiale; così sarà per noi in questa pandemia. Ma nel dolore e nel pericolo, nella fatica e nell’affanno, splende la buona novella di tutte le fiabe radicate nella realtà: l’Ultima Parola è già stata detta, è Risorta e ha vinto la morte. E la fine, per noi, è un inizio glorioso.

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