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Ripartire dopo il covid in 5 passi

Da Daniele Torre Bertino

Ascoltare la Base

Dal 24 al 27 maggio scorsi si è svolta la 74ª Assemblea generale della Conferenza Episcopale Italiana con tema: “Annunciare il Vangelo in un tempo di rinascita.

Per avviare un cammino sinodale”.

Papa Francesco ha esortato i pastori a riprendere e a valorizzare un percorso che parta dal basso e che metta al centro il popolo di Dio: «Il Sinodo deve incominciare dal basso in alto, dalle piccole comunità, dalle piccole parrocchie e questo ci chiederà pazienza, lavoro, far parlare la gente, che esca la saggezza del popolo di Dio».

La Pastorale Giovanile e Vocazionale della Provincia Italiana dei Missionari del Preziosissimo Sangue ha voluto accogliere queste parole avviando una Consulta dei Giovani, un organo di ascolto e di confronti, una linea diretta che mette al centro i bisogni delle nuove generazioni, le loro sensibilità e i loro interessi, con lo scopo di rendere ogni futura iniziativa pastorale non più calata dall’alto, bensì pensata in risposta all’ascolto dei giovani stessi.

Lavorare Insieme

La pastorale giovanile non può che essere sinodale, vale a dire capace di dar forma a un “camminare insieme” che implica una valorizzazione dei carismi che lo Spirito dà a ciascuno, una Chiesa capace di valorizzare la ricchezza che vi è al suo interno, senza che nessuno si senta messo in disparte.

«Questi problemi sono intimamente legati alla cultura dello scarto, che colpisce tanto gli esseri umani esclusi quanto le cose che si trasformano velocemente in spazzatura»: con queste parole Papa Francesco va al cuore del problema nell’enciclica Laudato si’.

Nella società del consumo si producono scarti e a volte gli scartati sono uomini e donne accantonati, giudicati incapaci di poter dare il proprio contributo alla missione della Chiesa. Questo è inaccettabile per chi annuncia il Vangelo perché contrario al Vangelo stesso.

Quando Gesù racconta la parabola dei talenti ci dice che sono consegnati talenti diversi e che nessuno torna a casa a mani vuote.

A noi spetta creare spazi in cui sia possibile valorizzare anche quel solo talento e l’aver creato una rete nazionale tra tutti i missionari che spendono la loro vita per i giovani va incontro proprio a questo intento.

Ruolo attivo dei giovani Laici

I giovani non possono e non devono essere pensati solo come soggetti passivi della missione evangelizzatrice della Chiesa.

Già nell’esortazione apostolica post-sinodale del 1988, Papa Giovanni Paolo II a tal proposito affermava: «I giovani non devono essere considerati semplicemente come l’oggetto della sollecitudine pastorale della Chiesa: sono di fatto, e devono venire incoraggiati ad esserlo, soggetti attivi, protagonisti dell’evangelizzazione e artefici del rinnovamento sociale».

E con un salto temporale ai nostri giorni, notiamo subito come queste parole risuonano quarant’anni dopo nella Christus Vivit, anch’essa esortazione post sinodale, in questo caso relativa proprio al sinodo dei giovani: «Voglio sottolineare che i giovani stessi sono attori della pastorale giovanile, accompagnati e guidati, ma liberi di trovare strade sempre nuove con creatività e audacia».

È perciò necessario avere il coraggio di puntare su di loro con fiducia e speranza attraverso un coinvolgimento corresponsabile.

Questa via rappresenta l’unica strategia vincente per l’evangelizzazione delle nuove generazioni ed è da qui che noi desideriamo ripartire.

Ripartire in Presenza

Negli ultimi decenni l’avvento dei social network aveva già cambiato il nostro concetto di socialità, soprattutto nelle nuove generazioni, riducendo le occasioni dello stare insieme.

Ne è un esempio la sindrome Hikikomori, una patologia diffusa solo negli ultimi anni che descrive un particolare fenomeno di ritiro sociale delle nuove generazioni, un’auto-esclusione dal mondo esterno per rifugiarsi nel virtuale.

L’emergenza da Covid-19 ha aggravato il problema costringendoci ad un isolamento forzato che ci ha insegnato a guardare ogni persona con diffidenza, come possibile portatore di infezione e malattia, con inganno, sospetto e timore.

In questi mesi abbiamo imparato ad isolarci ma adesso è di estrema urgenza il bisogno di ripartire in presenza perché «non si tratta di fare soltanto qualcosa per i giovani, ma di vivere in comunione con loro, crescendo insieme nella comprensione del Vangelo e nella ricerca delle forme più autentiche per viverlo e testimoniarlo», come ci ricorda il documento finale del Sinodo dei Giovani.

Annunciare il Vangelo non può prescindere dalla relazione: una relazione reale tra un io e un tu che si guardano, che in uno sguardo si ritrovano dopo essersi persi, che in uno sguardo si aprono al mistero della vita e di colui che della vita è l’autore

Cammino Giovani USC

Educare deriva dal latino ex-ducere, che significa condurre fuori, ovvero far venire fuori.

Educare un giovane vuol dire perciò far venire fuori ciò che è in lui e allo stesso tempo consegnargli, trasmettergli qualcosa di importante.

Eppure, qualcosa si è inceppato nella trasmissione di valori e contenuti ai giovani, questo qualcosa conduce a definire la generazione attuale come la prima generazione incredula: giovani disillusi che non credono più a nulla e che guardano al futuro con diffidenza e pessimismo.

Sono queste le ragioni che hanno condotto papa Francesco a porre al centro dell’attenzione la necessità di un patto educativo globale: «In un percorso di ecologia integrale, viene messo al centro il valore proprio di ogni creatura, in relazione con le persone e con la realtà che la circonda, e si propone uno stile di vita che respinga la cultura dello scarto».

Sono queste le ragioni che hanno condotto la nostra Pastorale Giovanile a riflettere circa la possibilità di un’educazione basata sui principi dell’USC e cioè: il rispetto della vita sempre e comunque, la dignità della persona in ogni contesto e situazione, il valore del sacrificio non per l’arricchimento personale ma per il bene comune, la cura del creato quale dono di Dio all’uomo e che l’uomo da Caino in poi continua a sporcare e a macchiare, l’impegno personale affinché sia ascoltato il grido di sangue degli emarginati, degli esclusi e degli scartati.

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