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Vennero nella propria Casa… ma non furono accolti

Set 20, 2021

Di Pietro Battista

Il 24 marzo 1821, come programmato, giunsero ad Albano tre Missionari: il superiore Don Giovanni Merlini, Don Luigi Mosconi e il canonico Mariotti.

Con loro vennero anche due fratelli coadiutori, Gaetano Coppola e Giacomo Valeriani. Dovevano predisporre tutto per la festa dell’inaugurazione e la presa di possesso della nuova Casa di Missione.

Verso mezzogiorno salirono al Monastero di San Paolo. Avrebbero dovuto trovare tutto pronto. Non c’era il pranzo e neppure l’alloggio. Il Monastero era ancora tutto occupato dagli inquilini abusivi. In Curia, nessuno seppe dare spiegazione.

Non potendo entrare nella propria casa, i Missionari si misero alla ricerca di un alloggio provvisorio. Chiesero ospitalità al convento dei Cappuccini, ai Padri Conventuali presso la Chiesa delle Grazie e ai Padri Carmelitani del convento della Stella. Le tre comunità dissero di non avere la possibilità di dare ospitalità a cinque persone. I due fratelli, allora, andarono a procurare qualcosa da mangiare.

Consumato il magro pasto in un piccolo locale della Stella, la comitiva si rimise in cammino per trovare l’alloggio per la sera. Bussarono anche al Palazzo Abaziale. Il custode rispose che non c’era alcuna possibilità di alloggio. Il Palazzo era stato dato in uso a due signori di Roma che avevano già depositato il proprio mobilio.

Appena conobbe la situazione, il Vicario Generale, sentendosi in colpa per il suo mancato intervento nello sgombro dei locali del Monastero, prese la responsabilità di far entrare i missionari nel Palazzo Abaziale e di farli sistemare nelle camere affittate ai due signori di Roma. Nelle stanze c’erano pochi letti sforniti di tutto l’occorrente per dormire.

I missionari, dopo aver messo un boccone nello stomaco, si prepararono a passare la prima notte in Albano. Don Giovanni Merlini commentò l’avvenimento con questi termini: …Secondo le viste umane, i Missionari, vedendo mancare ogni cosa e in più una certa freddezza in tutti, dovevano restituirsi a Roma e aspettare tempo più congruo per l’apertura della Casa. Ma Iddio dette loro una fermezza grande, una tranquillità di spirito e una grande allegrezza, per cui, anziché affliggersi, non facevano che ridere.

Il superiore, abituato a leggere tutti gli avvenimenti con l’occhio della fede, riuscì, anche in quella circostanza, ad avere l’animo improntato alla perfetta letizia come il Poverello di Assisi suo conterraneo.

Don Giovanni, nonostante tutto, era contento perché, nel pomeriggio, era riuscito a contattare tutte le Associazioni per la partecipazione alla festa del giorno seguente. La contentezza del Superiore e dei missionari sfociò in una grande gioia nel pomeriggio del giorno dopo, vedendo affluire la popolazione di Albano all’ingresso della città, per attendere il Canonico del Bufalo, proprio come avveniva nelle Missioni.

Tutte le confraternite erano schierate con i loro stendardi. Giunto il Fondatore, tutti salirono processionalmente sulla piazza di San Paolo, dove don Gaspare, dal palco preparato dai fratelli coadiutori, tenne la predica di circostanza con la quale espresse gioia e gratitudine per l’apertura della Casa di Missione. Fece presente anche le difficoltà che stavano incontrando i suoi missionari. Per essi chiese l’elemosina di mobilio e di danaro per il primo impianto. La risposta fu immediata.

Mirabile cosa! − scrisse don Giovanni − in un momento cambiò tutto di aspetto.

Non era ancora l’Ave Maria che alcuni uomini, avendo fatto il giro della città, portarono delle elemosine raccolte in danaro e varie pie donne portarono biancheria, cocciami ed altro in dono, oltre il vino, pane ed altro, cosicché, crescendo il fervore in quel triduo, si videro i missionari provveduti del più necessario.

La popolazione ringraziò il Signore per aver mandato quei sacerdoti pieni di zelo per dare nuova vitalità alla chiesa di San Paolo.

(continua)

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