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La chiesa: una casa con le porte aperte

Ott 11, 2021

Di card. Matteo Maria Zuppi

Prima di dire qualcosa su questo tema che vi accompagnerà quest’anno la prima cosa che debbo dire è che “mi sento a casa!”.
Nell’enciclica di Papa Francesco Fratelli tutti c’è un’espressione, che in realtà è di un poeta brasiliano, che dice: «la vita è l’arte dell’incontro» Ed è verissimo! L’arte dell’incontro vuol dire avere attenzione, ricordo, stupore, memoria, saperne fare tesoro dell’incontro. Perché altrimenti la vita è l’arte dello scontro. È anche una questione di “volto”. Guardate che il primo modo per far sentire a casa, è, infatti, quello di avere uno sguardo negli occhi accogliente.
Come si fa ad averlo? Devi averci il cuore accogliente, devi sentirti accolto e devi avere uno spazio per gli altri. Il primo modo per far sentire a casa è quell’atteggiamento di attenzione verso l’altro, per cui penso: “sono contento di incontrarti, mi fa piacere incontrarti, significhi qualcosa, hai valore!”. Insomma il primo modo per far sentire a casa è nel nostro sguardo.
Il tema della “Chiesa come casa” e “come casa con le porte aperte” è bellissimo, perché il cristiano non è mai un single e purtroppo molte volte noi accettiamo che i cristiani siano una manica di single, spesso viviamo da single.
Un cristiano è un figlio e con tanti fratelli e sorelle. Infatti, qual è lo sforzo di nostro Signore? Farci sentire amati da Lui e insegnarci ad amare, che è esattamente il contrario di vivere da single. “Casa” vuol dire famiglia.
Lo dico subito. L’ennesima volta che feci tardi a pranzo senza avvisare, credo che sia capitato a tutti, trovai la cucina chiusa e il famoso cartello: “Questa casa non è un albergo!”.
Mi arrabbiai lì per lì, mi sentii molto ferito, pensai che mia madre non mi capiva nelle mie cose importantissime che avevo da fare, ma aveva ragione lei. Diciamo così: ormai siamo in un mondo dove ognuno deve fare quello che vuole, e guai a dire qualcosa! Il cartello non ce lo fa trovare più nessuno, ma ricordiamoci che la casa del Signore non è mai un albergo. È un’altra cosa, e noi sappiamo vivere dentro casa?
Ci dobbiamo fare molto addomesticare, perché si torna selvatici con grande facilità. Tanti individui non fanno “casa”, fanno al massimo “un condominio”, molte volte rissoso, perché sono incapaci di trovare delle regole comuni.
L’altra enciclica del Papa, la Laudato si’, con tanta insistenza ci dice che la terra non è un condominio, è molto di più! C’è un grande legame tra come vivi tu e come vivono gli altri, mentre, nell’individualismo, come vivo io sono affari miei e come vivono gli altri sono affari loro, al massimo dobbiamo trovare, se possibile, un minimo comune, che spesso si traduce nel principio che gli altri non mi devono “rompere” e io non devo “rompere” e finisce lì.
Ma questo è troppo poco. L’ambizione di Papa Francesco è che tutti gli uomini sappiano vivere a casa, non perché diventano tutti uguali, ma tutti figli, o meglio, “fratelli tutti”. In alcuni passi della Fratelli tutti Papa Francesco dice che “il mondo deve essere una casa” e se noi imparassimo a guardare gli altri come guardiamo le persone della nostra famiglia, la folla diventa famiglia, l’altro diventa il mio prossimo. Guardate che il “prossimo” non è una categoria morale, per fare del bene e guadagnare punti.
La chiesa è una cosa fantastica, naturalmente, perché è famiglia! L’altro ieri mi hanno invitato a Novellara per l’anniversario di dieci anni della morte di un salesiano. Novellara è il posto dove si trovano i nomadi. Il libro, che aveva scritto questo salesiano, si chiama Anche i figli di puttana sono figli di Dio.
Raccontava le storie di tante persone disgraziate, come lo siamo in fondo anche tutti noi, ma tutti siamo figli di Dio.
Questa è la chiesa! Guardate che non parliamo di gente astratta, ma di quel disgraziato lì, che gli spaccheresti la faccia, che ti sembrerebbe proprio del tutto perso, eppure saper vedere che “anche quello è figlio di Dio, quindi fratello tuo, è casa!” La casa è fatta anche proprio di luoghi e di umanità perché deve essere molto concreta e avere anche un tratto personale. Come dice il libro del Qoelet: «c’è un tempo per costruire».
Ecco questo è il tempo per costruire la casa.
La pandemia ha distrutto a sufficienza, adesso dobbiamo costruire e non costruirci mini appartamenti. Ci deve essere nella casa lo spazio per una bella sala da pranzo perché abbiamo bisogno di stare insieme, di mangiare insieme. Non c’è il fast food nella casa.
Costruiamo una casa con tante stanze, come quella del cielo, che – dice il vangelo – “ha tante dimore”, cioè – vuol dire – che ha tante stanze, per cui c’è sempre un posto per qualcuno, tanto che c’è un posto anche per me.
Ma la casa del cielo dobbiamo cominciare a viverla qui, non perché il cielo sia la terra, che è la grande deformazione del materialismo, ma nel senso che io conosco di più “la casa del cielo” se la comincio a vivere da qui.
Dovremmo chiederci perché non si costruisce? Perché quando non si ha speranza si aspetta sempre una forza che ci rassicuri. Ma noi non troveremo mai una forza in noi stessi, ma è quando siamo deboli che siamo forti per cui costruiamo non perché forti, ma proprio perché deboli. Non servono troppe istruzioni per l’uso, consigli, spiegazioni, interpretazioni, ma serve che sentiamo tanto il bisogno della casa e quanto tante persone hanno bisogno di casa.
Come dice un famoso apologo: se io sento l’amore per il viaggio costruisco una nave bellissima. Così un altro racconto parla di tre persone che lavorano spaccando pietre sotto il sole. Il primo diceva:
«Ma chi me lo fa fare? Non ne posso più, non vedo l’ora che finisca». Il secondo diceva:
«io lo faccio perché devo portare qualcosa a casa» Ma solo il terzo era tutto contento perché pur sentendo come gli altri lo stesso calore e la stessa fatica, pensando alla casa che si costruiva diceva:
«Sarà bellissima!». Ecco perché si costruisce!
Perché si vede quanto può essere bellissima la nostra vita, quanto può essere bellissimo questo mondo se costruiamo una casa.
Noi impareremo di più ad amare nostra moglie, nostro marito, i nostri figli se la chiesa è una casa, se impareremo a volerci bene come fratelli, se ci aiutiamo come fratelli. Le prime basiliche cristiane spesso sono state costruite sopra una casa. Se voi andate a S. Cecilia, per esempio, o alla basilica dei SS. Giovanni e Paolo, che erano due soldati romani, vi rendete conto che sorgono su quelle che
erano le loro case.
Un convegno diocesano a Pescara aveva un titolo molto intelligente: “Dai banchi alle sedie”. Una persona, parlando delle celebrazioni seguite da casa durante la pandemia, ha osservato:
«ma forse dovremmo anche imparare a fare il contrario, cioè che ci sentiamo sui banchi della chiesa come se fossimo sulla sedia di casa» in un legame, appunto, familiare. Questo è ciò di cui parla anche il vostro tema.
Per imparare a vivere a casa, per sentirci a casa con gli altri, per iniziare ad essere di casa l’enciclica Fratelli tutti ci parla anche in tre paragrafi della gentilezza, non tanto perché il Papa vuole farci lezioni di galateo, ma perché la gentilezza è il primo modo con cui io tratto bene qualcuno, gli dò importanza, e in questo mondo c’è davvero così poca gentilezza per cui Papa Francesco ci dà questa indicazione: per essere tutti fratelli iniziamo ad essere gentili, verso tutti e, insisto, non è soltanto un problema di galateo, perché dopo un po’ sbotti, ma è proprio la gentilezza di dire: “Ma io lo posso fare! Tiro fuori il meglio di me!”.
Dunque è difficile costruire, anche perché si tratta pure di costruire la propria casa, che è il proprio cuore. Questa è la sfida dell’interiorità, in quanto la nostra vita va costruita non sulla sabbia delle nostre forze, ma sulla roccia, che è l’amore del Signore, che ti fa andare in profondità.
L’opposto è la follia dell’individualismo, una vita pornografica, nel senso di una vita esibita, vincente, muscolare, plastificata, firmata, tutta uguale, tutta fabbricata da qualche influencer che fa la giuria e che ti dice ciò che è bene, una vita insomma che metterà sempre dosi di amore massicce solo per te stesso. Questa vita pornografica è una caricatura, che dovremmo sgonfiare con lo spirito dell’ironia, che rivela il vuoto che nasconde, come certi palloni gonfiati, che si credono importanti per quello che mostrano, ma basta uno spillo di ironia e si sgonfiano. Purtroppo la vita pornografica è la vera sceneggiatura delle scelte di tanti, il modello, che pervasivamente viene imposto, soprattutto se non c’è altro di bello, vivo, forte, attraente, come l’amore del Signore, che è il primo che ci ha addomesticato. Il riferimento, volutamente, è al Piccolo principe. Che cosa significa addomesticare? Addomesticare vuol dire “creare dei legami” e “creare dei legami” significa avvicinarsi, iniziare a conoscersi: «Se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l’uno dell’altro, tu sarai per me unico al mondo e io sarò per te unica al mondo». La chiesa come casa è quella degli Atti degli apostoli, con la descrizione della prima comunità in cui i cristiani avevano tutto in comune.
È quella delle lettere di San Paolo in cui si vedono le comunità cristiane che si scambiano i saluti. Poi la casa è quella del Padre misericordioso della parabola dei due figli in cui entrambi hanno bisogno di essere addomesticati per fare esperienza di casa.
C’era un santo emiliano della carità che amava dare queste indicazioni alle sue case di accoglienza dei poveri: «Se bussa qualcuno dite: stavamo aspettando proprio te! ».
Ecco, i poveri devono sempre sentirsi a casa, e guai se una casa del Signore non ha una stanza per i poveri. La chiesa sia la casa di Dio, casa di preghiera, di amicizia e di servizio.
Rendiamo le nostre comunità, davvero, una casa, e rendiamo anche il mondo come una casa. Che questo anno vi possa far riflettere sulle varie stanze di questa casa e anche del nostro cuore, per aiutare ad essere di più casa con i nostri fratelli e a far entrare, finalmente, nostro Signore dentro di noi e a provare a rendere questo mondo il contrario della pandemia, in quanto non è il male che vince, ma è l’amore che vince per tutti!

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