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La voce dei laici nella 4a Koinè del Preziosissimo Sangue

Ott 11, 2021

Di Federico Remoli

L’annuncio del Vangelo è la missione di tutta la Chiesa, alla quale ciascuno partecipa e contribuisce secondo la propria vocazione specifica. La Koinè si conferma come il momento in cui ciascuno all’interno della famiglia del Preziosissimo Sangue può partecipare alla vita pastorale della Chiesa non solo come esecutore o come destinatario di un progetto già pianificato e calato dall’alto, ma come corresponsabile che partecipa a una missione comune.
La catechesi di don Luigi Maria Epicoco sull’Eucaristia è stata l’occasione per trarre un bilancio di questo anno pastorale.
L’Eucaristia è l’esperienza dell’incontro con la grazia che ci libera dalla paura, dal non sentirci degni di essere amati. Riconciliati con Dio in virtù del Sangue di Cristo, siamo abilitati a intessere relazioni di comunione, non più a partire dalla nostra solitudine ma a partire dalla presenza di Cristo nella nostra vita che non ci permette più di dire “sono solo”. Possiamo vivere eucaristicamente, offrendo la nostra vita come un dono gioioso di noi stessi, celebrando e vivendo la comunione.
La catechesi del cardinale Zuppi ha aperto ufficialmente i lavori per iniziare il nuovo anno pastorale. La Chiesa è davvero “casa con le porte aperte” e ciascuno di noi è chiamato a essere segno di unità, vivendo la propria vita come “arte dell’incontro”. Siamo chiamati a crescere nell’accoglienza, ad avere un cuore accogliente, a far sentire a casa l’altro, a guardare-bene, a dire-bene dell’altro. In questa casa siamo tutti figli e, quindi, fratelli, legati da uno stesso Sangue che scorre in ciascuno di noi e che ci accomuna nella stessa vita. Non possiamo più pensare le nostre vite separate da quelle degli altri.
Siamo poi chiamati a lasciarci “addomesticare” da Cristo: è lui che ci insegna a “stare a casa” e ad “essere casa”, facendoci fare esperienza del nostro valore e del valore dell’altro, creando e approfondendo le relazioni, costruendo la Chiesa come un edificio di pietre vive, un tessuto di relazioni in cui c’è spazio per tutti e in cui nessuno può essere escluso.
Sono emerse tante domande: come costruire una casa non fatta solo di regole e di realtà fisse ma una realtà viva, una famiglia che possa abitare questa casa?
Siamo chiamati a uscire − come ci ricorda spesso il Papa − proprio per renderci conto della grazia che è avere questa casa che è la Chiesa, e la bellezza e la vitalità che hanno le sue strutture, che se però si chiudono in sé stesse diventano rigide e a volte opprimenti. L’esperienza viva della Chiesa è quella della radicalità evangelica, ben più esigente dell’osservanza di qualche regola perché chiama al dono radicale di sé.
Un’altra domanda è stata come portare questa “casa” sul luogo di lavoro. La risposta è: fare nella Chiesa un’esperienza autentica di umanità. Il mondo ha sete di un’umanità che vada oltre le logiche della prevaricazione e della competizione. Siamo chiamati a prendere gli altri sul serio, ad essere accoglienti, a coltivare la gentilezza, ad ascoltare. Vivendo come uomini e donne dell’incontro, metteremo l’altro nelle condizioni di entrare in dialogo.
Come vivere questa esperienza dell’addomesticare come un’esperienza di libertà e non come una mancanza di libertà?
La libertà è falsamente compresa come un’assenza di legami, un vivere “dissoluti”, sciolti. Ma questa esperienza si rovescia in un’idolatria dell’io e ci rende schiavi delle nostre fissazioni, delle nostre angosce, delle nostre compensazioni. La vera libertà, ci insegna il Vangelo, è l’amore. E l’amore è l’esperienza di un legame con gli altri, e questo legame ha certo delle esigenze e delle “regole”, che non limitano la libertà ma anzi le permettono di esprimersi.
Come ospitare davvero tutti, senza farne uno slogan o una facciata? Scoprendo l’identità della Chiesa, che innanzitutto è madre perché accoglie tutti. E proprio perché è madre, è anche maestra. Siamo chiamati a lasciarci insegnare l’arte dell’amore.
Il “diapason” infine è stato il momento in cui ciascuno ha potuto restituire il frutto dei due giorni che abbiamo vissuto e del lavoro dei gruppi. Cosa possiamo concretamente fare e vivere nelle nostre realtà e perché siano veramente una casa da abitare? Come essere sempre di più una famiglia in cui ciascuno può portare le sue proposte e offrire il suo contributo? Innanzitutto è emersa la necessità di una pastorale il più possibile omogenea tra le varie realtà della nostra famiglia USC. È stato anche espresso il desiderio di pensare a degli incontri tra le varie comunità dei 7 Segni che si sono costituite nelle nostre parrocchie. Un elemento che è emerso dalla commissione “cortile” e che si è sottolineato essere costitutivo della nostra spiritualità del Sangue di Cristo è quello della comunione. È emersa la necessità di approfondire la formazione rispetto al dialogo ecumenico, il desiderio di pensare a delle iniziative di dialogo con altre confessioni cristiane, magari un’esperienza di preghiera comune. Questa esperienza di dialogo poi ci chiama ad approfondire i doni che lo Spirito fa alla nostra famiglia USC, per poter entrare in un dialogo che davvero ci permetta di dirci “cattolici”. Questo dialogo deve partire dalle nostre comunità: bisogna favorire l’incontro tra le varie realtà parrocchiali che a volte fanno fatica a comunicare e così non riescono a testimoniare la comunione. Dalla commissione “salotto” è emerso il bisogno di un cammino che possa aiutare le coppie mature che vivono difficoltà all’interno del matrimonio come mancanza di dialogo, accoglienza e ascolto. Una proposta pratica potrebbe essere un percorso per famiglie nella nostra Abbazia a San Felice di Giano.
Ci siamo lasciati con una considerazione sulla carità: abbiamo ricevuto molto.
Ora cosa possiamo dare? Come membri dell’USC siamo chiamati a vivere la Spiritualità del Sangue di Cristo attivamente, assecondando l’iniziativa dello Spirito, contribuendo a costruire con le nostre mani, giorno per giorno, l’edificio di pietre vive della Chiesa.

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