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La storia di Joeli che torna a correre

Di Andrea Velocci

Dall’Ospedale San Gaspare a Itigi in Tanzania

«VOLEVO SOLO AIUTARE»

La storia di Joeli che torna a correre.

La mia maestra delle elementari ripeteva spesso a noi alunni che la prima cosa da fare ogni mattina è dire “grazie” per un nuovo giorno e per le fortune che abbiamo: «perché» – diceva – «ci sono tanti bambini che non possono andare a scuola come voi, non possono fare colazione la mattina né avere tante macchinucce colorate». Ventuno anni dopo mi sono ricordato quelle parole quando in ospedale qui a Itigi è arrivato Joeli avvolto in un lenzuolo colorato, ormai come se fosse un tutt’uno con la pelle, con gli occhi sgranati e sofferenti e una smorfia di dolore indescrivibile ma senza nemmeno una lacrima. Joeli ha 4 anni e tanta voglia di scoprire il mondo. Quel martedì mattina non voleva fare altro che aiutare in casa, preparando il tè alla sorellina troppo piccola e troppo affamata per farlo da sola o per aspettare che mamma Jai tornasse dai campi. Risultato? Ustione sull’85% del corpo, un braccio incollato al corpo ed una gamba (almeno per ora) piegata in una posizione non troppo comoda. Se non fosse stato dimesso in questi giorni dopo più di due mesi di ricovero, forse avrei dubitato che saremmo arrivati a questo punto. Se non avessi visto Joeli correre via fuori dal cancello per tornare a casa, avrei pensato in questo caso che davvero tutto ciò era troppo, anche per noi. Prima di questa corsa liberatoria, infatti, Joeli è stato immobile in un letto per più di 50 giorni, con tutto il corpo, eccetto il viso, “rinchiuso” in una grande medicazione di garze e bendaggi, con flebo, punture e medicine ad ogni ora del giorno e della notte. Ha pianto così tanto da finire le lacrime e una sera quando il suo sacrosanto lamentarsi si è trasformato in un grido sordo, quando le lacrime avevano bagnato così tanto il lato destro del viso da segnare la pelle, esausto, prima di addormentarsi, ci ha chiesto se mancava ancora tanto a morire…
Sì, a 4 anni ci ha chiesto se la sua morte fosse ormai vicina. Perché tutto ciò?
Joeli che pure ha 4 anni, sapeva bene che la mamma stava lavorando nel campi per la famiglia e che la sorellina che piange non è poi un problema troppo grande per lui, l’uomo di casa. “Volevo solo aiutare” mi ha detto un pomeriggio come per chiedere scusa per tutta quella sofferenza e per “quell’errore” che aveva commesso.
Joeli a 4 anni mi ha insegnato che non c’è un’età per diventare grandi e responsabili di qualcun altro ma che a volte é la vita stessa – o la terra in cui viviamo – a chiedercelo e sta ad ognuno di noi scegliere se crescere o rimanere piccoli e di questo gli sarò sempre grato.

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