testimonianze vocazionali

Andrea Velocci

“Ora sei con Me: non devi temere”

 

Se mi guardo indietro e riguardo la mia vita, facendoci entrare Dio questa volta, subito mi rendo conto di come ci sia un filo rosso, lungo, e spesso, purtroppo, anche tanto annodato, che collega ogni avvenimento, ogni giorno, ogni momento, ogni incontro, ogni persona… Mi chiamo Andrea Velocci, ho 22 anni e vengo da un piccolo paesino di montagna, Veroli, in provincia di Frosinone, sono un seminarista dei Missionari del Preziosissimo Sangue ed ho appena concluso il mio II anno di teologia. Da sempre molto attivo in parrocchia, tra spettacoli e catechismo, coro e gruppo giovani, feste e sagre di paese, come ogni “buon” adolescente che si rispetti arriva anche per me, intorno ai 14 anni il momento delle grandi domande, della ricerca di quel senso, dei troppi perché, come quelli dei bambini che iniziano a scoprire il mondo, ma questa volta pesavano un po’ di più, e soprattutto facevano arrovellare anche di più il cervello: tutto mi sembrava superfluo, a parte la gioia di essere con gli amici (“i PàNazaret sono tipi tosti”, dicevamo)… a tutto il resto non ci credevo, ormai, più molto. “Sono felice nella mia tristezza” era la frase che più ripetevo, con tutta la convinzione che si può avere a 14 anni. Tante domande, poche risposte. Tanta rabbia, “in fin dei conti non ho mai fatto del male a nessuno, non ho mai nemmeno chiesto niente a Dio, che non mi serve, e perché lui si sta sfogando con me, così?” E il tempo passava, e le domande aumentavano, e la mia cameretta diventava l’unico posto sicuro, lontano da tutto e da tutti, soprattutto da quegli occhi indiscreti, che guardano, capiscono e chiedere: “perché?”. Poi, il 29 febbraio del 2008 (giorno abbastanza particolare, come se il Signore volesse dirmi: “ehi, così vediamo se anche sta volta lo dimentichi”) l’ho toccato con mano. Era un venerdì, molto freddo e piovoso, uno di quelli che ben fa da contorno a scene di questo genere nei film più drammatici, e per l’ultima volta ho salutato mio fratello, Francesco: lì, su quel letto, le nostre mani si sono strette, tutto il resto taceva. Eravamo io, lui, e un crocifisso al muro. Non ero pronto a volare, ancora, non ero ancora capace nemmeno ad aprire le ali, ma era il momento, e un po’ come le mamme rondini, Francesco, Gesù, mi ha dato una spinta e in quel momento avevo due scelte: o schiantarmi al suolo, o provare a solcare il cielo! “Stanco del mio niente cercavo verità”, e forse l’avevo trovata questa volta. Ma purtroppo non era ancora il momento del lieto fine, come quello che si legge nelle favolette. Una morte è una morte, sempre, e capire come questo seme possa portare frutto non è sempre così immediato, e sicuramente è meno immediato delle conseguenze peggiori che la morte porta. Eppure il Signore continuava a lavorare, giorno dopo giorno, e come quella rondine, pezzo di paglia, dopo pezzo di paglia, continuava a costruire il nuovo nido, la nuova casa. E così, nel 2011, mentre ero seduto su di una panchina, davanti l’oratorio, nel quale però non entravo più da tempo (era troppo da “sfigati”), con le cuffiette alle orecchie, un tipo, abbastanza strano, che tutto poteva sembrarmi, tranne che un “mezzo-prete”, un seminarista dei Missionari, a me sconosciuto, mi si lanciò letteralmente sopra gridando: “ehi, che hai? Ma a 14, 15, 16 anni, o quanti ne hai, perché non sorridi?”. Ero irritato all’inizio, un po’ snob e infastidito da quella presenza intorno, eppure da quella domanda, da quel saluto, tutta la mia vita iniziò a prendere un senso. E un senso diverso, nuovo. Quello che è successo dopo è un susseguirsi di incontri con i Missionari: viaggi Frosinone-Roma in treno, “passeggiate” Veroli-Albano Laziale, nuove amicizie, la prima missione da missionario laico per la quale sono partito con la mia ragazza (che non ringrazierò mai abbastanza per avermi aiutato ad aprire gli occhi e farmi capire, che forse, la vita di coppia non era la mia vocazione) e sono tornato single e desideroso di donarmi al Signore, giri per l’Italia dalla Sicilia alla Romagna, incontri con tanti giovani, e una sola nuova consapevolezza: tutto quello che cercavo e che mi mancava era Gesù, vivo e vero, un incontro con una persona reale, e non più solo “un’ideologia”. Ovviamente non è stato semplice, ma quella voce era forte, più forte di tutto il trambusto che circondava la mia vita, la mia storia, la mia famiglia. Tutto prendeva un volto nuovo, e anche il mio di volto era nuovo: il desiderio di gridare quella gioia che invadeva la mia anima!! … E così, terminato il liceo durante il quale contavo i giorni che mancavano a quel 3 novembre 2013 (il mio ingresso nella prima comunità C.PP.S., la comunità di Accoglienza di Albano Laziale) ho deciso di cambiare tutti i piani che da anni avevo già fatto per seguire quel Maestro che continuava a ripetermi “vieni e seguimi Andrea, non avere paura”.

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